IL PASSAGGIO DALLA FIDUCIA NEI CONFRONTI DEL FUTURO ALLA VIRTÙ DELLA SPERANZA
La forma morale dell’agire mi permette di iniziare un cammino di speranza.
Un esempio nella storia del cristianesimo.
(Un cammino di speranza: il pellegrinaggio, un cammino di chi va in cerca del senso della vita. Bolla 5-6).
IL DIFETTO DELLA FORMA MORALE DELL’AGIRE
All’origine del difetto di speranza, oggi, sta il difetto della forma morale dell’agire. L’agire non è obbedienza ad una promessa, e solo sperimentale. C’è bisogno che l’agire sia obbedienza ad una voce che mi chiama, sia obbedienza ad una promessa di senso alla quale mi consegno.
Perché la speranza passi da fiducia primaria a virtù, è necessario un cammino, un esercizio effettivo, una storia dentro la quale io posso riconoscere una promessa di bene, addirittura la buona intenzione di Dio alla quale voglio affidarmi.
Questo esercizio è dato dal mio agire; e perché il mio agire faccia passare la speranza da fiducia primaria a virtù, deve prendere la forma morale, deve cioè essere un agire che risponda a queste domande “cos’è bene? cos’è male?” per poter riconoscere una promessa di bene a me rivolta e non deve essere un agire che
risponda a queste altre domande “cosa posso fare? cosa mi conviene?”.
Una volta era ovvio agire chiedendosi “cos’è bene? cos’è male?”. Oggi, nella nostra società secolarizzata, non è più così: il difetto della forma morale nell’agire, sta all’origine del difetto di speranza. Non è che la fede sia una mia persuasione circa le cose sperate. La fede è il fondamento delle cose sperate per la fede io riconosco nel presente il presagio di altro (riconosco una una promessa di bene che viene da Dio).
Questo è il messaggio centrale della “Spe salvi” (seconda enciclica di papa Benedetto XVI, 30 novembre 2007): la presentazione di una speranza che non si appoggia ad una parola che rimanda ad un altro mondo, ma la presentazione di una speranza come atto umano che riconosce nella trama presente, la promessa di altro.
L’aspetto oggettivo della speranza
Il profilo oggettivo della speranza (contro una concezione soggettivistica e intimistica della speranza) viene così individuato nel possesso, o nel poter disporre di una sostanza migliore, di una base migliore, che permane, sulla quale fondare la vita. Nella “Spe salvi” si fa riferimento a Ebrei 11,1 e al versetto 34 del capitolo 10 della stessa lettera:
Ebrei 11,1:
1 La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.
Ebrei 10,34:
34 Infatti, voi simpatizzaste con i carcerati e accettaste con gioia la ruberia dei vostri beni, sapendo di possedere una ricchezza migliore e duratura.
Qui l’autore considera coloro che hanno subito l’esperienza della persecuzione. Essi hanno sopportato la privazione delle sostanze (il sostentamento, la base materiale della vita) perché per la loro speranza disponevano di una sostanza migliore (una nuova base della vita, una base che permane) sulla quale appunto fondavano la vita. Hanno rinunciato alle sostanze, cioè ai beni materiali, alla base affidabile della vita, perché la fede offriva alla loro vita una base migliore, una sostanza migliore.
E cos’è la sostanza migliore di cui disporre? La base migliore su cui fondare la vita?
Vivere una buona relazione fraterna, è disporre di questa base migliore, permanente, sulla quale fondare la vita. Venendo meno la base materiale, affidabile, della vita, riusciamo a sperare se possiamo disporre di una base migliore, che permane.
L’aspetto pratico della speranza
La buona relazione fraterna porta a compimento la prima esperienza della vita, che è esperienza di comunione; e la verità compiuta della relazione fraterna, è la vita eterna o la comunione dei santi.
Abbiamo detto che i beni materiali (il reddito, il cibo, il vestito) sono la base su cui poggia la nostra vita, una base affidabile, ma precaria. La nuova base, la base affidabile che rimane per sempre, la sostanza migliore che la fede conferisce alla vita, è la buona relazione fraterna.
Ma cos’è questa buona relazione fraterna?
La buona relazione fraterna è la verità compiuta della prima esperienza della vita (l’esperienza della
nascita), che è esperienza di accoglienza, comunione, disponibilità al servizio.
Questa verità compiuta è portata alla luce da nostro fare.
Sperare è perseverare in questo fare, senza timore di essere smentiti dalle evidenze della vita. La speranza è il volto della fede perseverante, non è un’altra cosa che si aggiunge alla fede. È la fede che, attraverso la perseveranza, o la costanza nella prova, giunge alla conoscenza compiuta di quella verità (la comunione), alla quale fin dall’inizio aveva acconsentito.
La verità compiuta che viene alla luce attraverso un fare perseverante, è detto anche nella parabola di Matteo 25,31-46:
31 Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».
Nell’ultimo giudizio giunge a compimento l’attesa di un regno, alla quale già prima i benedetti avevano dato credito, accogliendo i fratelli più piccoli e il loro bisogno. Alla loro opera, prima di necessità solo imperfetta, sarà allora dato compimento: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in ereditò il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
Allora il Signore svelerà addirittura la sua identificazione con i fratelli più piccoli e con la causa della loro vita: lo ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, e così via. “Quando mai abbiamo fatto queste cose, Signore? – chiederanno stupiti i benedetti – non ce ne siamo mai accorti”. Ogni
volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
L’APPRENDIMENTO E L’ESERCIZIO DELLA SPERANZA
La sostanza che rimane, la vita eterna oggetto della speranza, è un bene già presente. E il segno che indica come la speranza non sia pura fiducia soggettiva, ma realtà presente è dato precisamente dalle opere. Le forme dell’agire, nelle quali si concretizza la fede, ci danno già ora qualche cosa della vita eterna.
Ma in concreto, come facciamo ad apprendere e ad esercitare la speranza?
Proprio perché le nostre azioni sono senza autorizzazione morale, e cioè sono soltanto congetturali esperimenti, noi siamo sempre da capo esposti al rischio di constatarne il prevedibile insuccesso, e quindi di disperarci (o magari anche soltanto di deprimerci).
C’è bisogno che le nostre azioni non siano sempre e solo esperimenti, ma obbedienza ad una parola, ad una voce che mi chiama, ossia una promessa di senso alla quale mi consegno. Così posso iniziare un cammino, e vivere rispondendo a questa promessa (il cammino della nostra vita sarà un cammino di speranza).
Sperare è dare credito ad una promessa di bene che leggo inscritta da Dio nella mia vita (anche se tribolata). La speranza non è l’ottimismo, come quando diciamo: speriamo che ci vada bene!
IL CAMMINO DELLA SPERANZA NELLA STORIA DEL CRISTIANESIMO
Lutero ha separato drasticamente la fede dalle opere, quindi anche la speranza dalle opere. Così la speranza diventa la fiducia in Dio, che sta oltre la morte: una fiducia che è senza proporzione con ciò che l’uomo fa sulla terra. Così la speranza è interpretata nella sua consistenza soggettiva: è reclusa entro l’anima dell’uomo.
Benedetto XVI invece, nella “Spe salvi” dà una interpretazione puntigliosa di Ebrei 11,1 sottolineando il profilo oggettivo della speranza. Traduce così: la fede è “sostanza” delle cose che si sperano; “prova” di quelle che non si vedono; ossia la fede ci dà qualcosa della realtà attesa (in germe, secondo la sostanza), e questa realtà presente costituisce per noi una prova oggettiva delle cose che ancora non si vedono.
Non bisogna tradurre: la fede è: “stare saldi” in ciò che si spera; “essere convinti” di ciò che non si vede. In questo caso la traduzione metterebbe in evidenza solo il profilo soggettivo della speranza.
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