Guida dell’incontro
Ieri sera vi siete addormentati con il video sul battesimo che ci ricorda l’inizio della nostra vita nuova in Cristo. Non abbiamo soltanto la vita della carne e del sangue, la vita biologica, ma abbiamo dentro di noi una vita pasquale.
Non ci interessa capirlo, innanzitutto ci interessa ricordare che c’è, è una realtà questa vita di Dio in noi ed è la morte della morte. È stato l’inizio di una vita in cui non abbiamo soltanto da fare i conti con le delusioni della promessa. Noi abbiamo dentro l’aspirazione alla felicità, alla pienezza, sentiamo che tante volte questa è delusa, noi abbiamo dentro l’anticipo del paradiso. Se siete risorti con Cristo camminate nella vita nuova e noi possiamo già camminare in questa vita nuova.
Oggi, cari fratelli e sorelle, ci concentriamo in una contemplazione, potremmo dire un po’ impegnativa dal punto di vista spirituale, perché dobbiamo fissare gli occhi sulla croce. La croce è uno strumento paradossale, perché dalla parte degli uomini è lo strumento del supplizio, del dolore, della morte. Dalla parte di Dio è lo strumento della salvezza e della glorificazione.
Iniziamo facendo un aggancio alla prima meditazione di ieri nel tempio con il fariseo e il pubblicano. E mi aggancio a Galati 3, 10, dove Paolo dice che quelli che si richiamano alle opere della legge, cioè il fariseo, stanno sotto la maledizione. Lui che voleva maledire e niente ficare gli altri, di fatto è lui il maledetto, perché? Perché la legge è giusta e perciò ti accusa delle tue trasgressioni, perché tu non compi le sue opere.
Infatti dicevamo che il fariseo è rapace, perché ruba i doni di Dio appropriando seli come suoi e adultero, perché vorrebbe ripagare Dio dei suoi favori ed è ingiusto, perché ha questa pessima immagine di Dio come un Dio terribile e temibile di cui liberarsi, di da cui salvarsi. E perciò il fariseo è sotto una legge che lo maledice. Allora non è giustificato per legge.
E da dove viene la giustificazione? Qual è la fonte della giustificazione? È la fede, dice Paolo. La fede in ciò che Gesù ha fatto per noi, che vuol dire per me, per te, sulla croce. E oggi vogliamo proprio con la preghiera cercare di penetrare la croce di Gesù.
Pietro dice “Cristo patì per voi, portò i vostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per il peccato vivessimo per la giustizia. Non più per il peccato, per la giustizia, ma dalle sue piaghe siete guariti”.
Allora [sbuffare] questa profondità della scrittura che ci dice che toccando, combaciando le nostre piaghe con le piaghe di Gesù crocifisso siamo guariti, siamo rinati e vogliamo oggi non indagare, ma vogliamo contemplare, spalancare lo sguardo del nostro cuore per lasciarci trafiggere, perciò ferire un po’ il cuore da questa visione della croce.
Cosa c’è di inaudito? Uno scambio di posto duplice. E adesso però partiamo dal primo scambio di posto che è quello che riguarda Gesù che prende il posto del maledetto, del malfattore.
Sempre Paolo in Galati dice che Cristo ci ha liberati dalla maledizione della legge diventando lui stesso maledizione perché la benedizione passasse a noi mediante la fede e ricevessimo la promessa dello Spirito Santo. E lo Spirito Santo è la comunione tra il Padre e il Figlio e questo è vita, vita eterna, vita indistruttibile, vita felice.
Allora quando è appeso alla croce e la croce vi ricordo che era il supplizio riservato ai maledetti da Dio. Maledetto l’uomo che pende dalla croce perché è un uomo se- parato da Dio. Quando Gesù è lì trasforma questo luogo di separazione, perciò maledizione, in un luogo di comunione e perciò benedizione. Infatti la sentenza finale di questo Vangelo di Luca è “Oggi sarai con me in Paradiso”.
Allora facciamo uno sforzo per riuscire a capire che cos’è questa vita umana dopo il peccato. La sentiamo già addosso, la vediamo già, ne facciamo già l’esperienza. Cerchiamo di approfondirla con la sapienza spirituale.
Allora la ribellione di Adamo il suo peccato d’origine che è l’origine di tutti i peccati è una volontà di autosufficienza, di anticomunione con Dio, cioè io prendo i beni di vita, quello che Dio ha creato, eh lo mangio, lo divoro, lo rap- lo rapisco, lo prendo per me senza il donatore.
E allora attenzione che questo è il punto. Quando i beni di vita sono staccati dal padre che è la sorgente della vita, quei beni si trasformano, non sono più beni di vita, ma beni di morte, non hanno più dentro la comunione con Dio che è la vita vera, molto di più della vita biologica, della vita umana naturale.
Staccati da Dio, la conseguenza è il patire e il morire. Patire e morire, due verbi dell’esperienza umana che non c’entrano per nulla con il disegno originario di Dio, manco li può pensare Dio, il patire e il morire.
Gesù sulla croce, strumento di pena che è diventato uno strumento di vittoria, ha dovuto confrontarsi con il male e il male è una forza aggressiva, militante e perciò Gesù ha dovuto subire la sua offensiva.
Quando, ricordate, nell’orto del Getsemani, in quella preghiera intensa con il padre, Gesù parla del calice che dovrà bere. E quella è l’immagine della sintesi di tutto il patire umano che in quel momento diventa il patire che Gesù beve, che assorbe in sé per poterci levare questo veleno.
E nella passione Gesù sperimenta davvero tutte le forme del patire umano, quello fisico, i flagelli, poi la morte non naturale, perché Gesù è morto perché ucciso, la derelizione psichica, l’angoscia fino a morire, poi la degradazione sociale, perché Gesù appunto è disprezzato, non ha più nemmeno i diritti civili minimali, il tradimento degli affetti, perché abbandonato dai suoi, “Tutti mi abbandonerete” e poi questa scomunica religiosa, perché appunto fuori dalle porte della città santa venivano appesi i crocifissi in quanto maledetti da Dio.
Pensate lui che è il figlio benedetto del padre fa la morte del bestemmiatore. Aveva profetizzato bene Isaia dicendo che Gesù il servo del Signore è l’uomo dei dolori che ben conosce il patire, ha ha gustato il patire in tutte queste forme e perciò ehm questo non ci serve per esaltare il dolore, il dolorismo non è cristiano, ma piuttosto per capire il compatire di Gesù, il compatire il nostro patire.
Ha provato tutte le forme eh del soffrire umano proprio per dire che lui eh è diventato uno con noi, ha solidarizzato con noi in tutto fuorché nella colpa. Lui ha subito, diciamo, le conseguenze eh il patire e il morire, ma non la colpa.
Voleva riportare la pecorella smarrita nell’ovile. È la parabola di Luca 15, cioè voleva riportare Adamo nella casa del padre e allora ha dovuto andare al punto della massima distanza in cui Adamo è precipitato negli inferi che sono il luogo di non vita, di una sopravvivenza infelice che è dannazione.
E guardate [sbuffare] che questa è l’immagine della vita senza Dio. Il peccato è la vita senza Dio prima che la trasgressione alle regole. Certo oggi vivere senza Dio, senza fede è un’opzione culturale, tutti liberi di fare come si vuole, però la vita senza Dio danneggia la nostra natura umana.
È come vivere una sotto umanità perché il veleno che il peccato o anche una separazione da Dio inietta dentro la vita umana è è questo potere di separazione, di dissociazione, spaccati dentro di noi, spaccati con gli altri, conflittuali.
Il peccato moltiplica le assenze, i vuoti, le separazioni, le rivalità. Trasforma il prossimo in un nemico, in un ostile, in uno di cui dobbiamo difenderci. Come appunto da Dio, perché è visto secondo quella immagine perversa che dicevamo ieri.
Questa vita umana ridotta così è una morte spirituale e questa è quella vita maledetta di cui dicevamo prima, no? Il mondo che giace nel male. È una morte radicale che si consuma nel profondo del cuore, quando nel peccato ci separiamo dalla fonte di vita che è il Padre, ma poi questo si riverbera nella nostra vita psichica, ad esempio, no?
Ci ci c’è sempre dentro quella angoscia eh che ci fa ricordare eh il morire, perciò tutto diventa un po’ assurdo, pensate oggi quanto mal di vivere c’è in giro e poi inquina le relazioni, come dicevo prima, perché moltiplica le inimicizie.
E questa morte spirituale poi si riverbera nella sfera fisica, perché sperimentiamo che invecchiamo, che ci ammaliamo, che piano piano eh ci avviciniamo allo scomparire. La morte biologica potremmo dire che è il segno più evidente di questa eh condizione di morte spirituale, quando eh non c’è la comunione con il Padre.
Ecco allora perché ho fatto tutta questa introduzione, perché dobbiamo prendere sul serio la croce. Il nostro Dio è il Dio che è finito sulla croce, ma perché? Noi mettiamo crocifissi dappertutto, ci siamo abituati a rispondere “Gesù è morto in croce per i nostri peccati, ma dobbiamo riuscire a capire la profondità di questa situazione dannata, maledetta, da cui il Salvatore ci ha salvato. Solo così apprezzeremo davvero fino in fondo, nella fede, quello che Gesù ha fatto per noi sulla croce.
Allora, questo scenario di vita maledetta è esattamente lo scenario che porta Gesù al luogo del cranio, non per caso e si chiama il Golgota, luogo del cranio, della morte di Adamo e di tutta la sua discendenza.
Siamo a Luca 23 e c’è quel grido delle donne che si lamentano, si percuotono il petto guardando Gesù che passa e Gesù dice quella frase a queste che sono mamme, che hanno dato la vita a uomini che adesso si lamentano, maledicono questa vita tribolata, no? E Gesù dice “Certo, beate le sterili, perché se la vita è questa, se avete trasmesso una vita così dolorante, è chiaro che questa è maledizione”.
Luca, però, non ha tanta enfasi sul dolore, sulle scene di crudità, ma insiste sul fatto che Gesù è stato crocifisso in mezzo a due malfattori. E perciò due che avevano fatto del male grave, omicidio, oppure rivoltosi o pure schiavi senza diritti, ma malfattori cioè senza legge, gente appunto che non ha nulla a che fare con la giustizia dei farisei.
E Gesù, che è condannato come loro a questa morte infamante, è lì in mezzo. Sperimenta una solidarietà con questo modo il più disumano di morire e fra l’altro, siccome sono malfattori, lui solidarizza non solo con le vittime del male, ma anche con i carnefici, con quello che lo procurano, no? Gesù non si chiama fuori anche da questa solidarietà con il male attivo.
E il cranio diventa il luogo finale, non solo della sua vita terrena, ma anche istante decisivo della sua missione. Lì rivela chi è il vero Dio, rivela il vero volto del Padre, perché abbiamo detto ieri che il nemico gioca nello sporcare l’immagine di Dio, così l’uomo sta lontano da un Dio che è un divoratore, una sanguisuga della vita degli uomini, no?
E così si separa da Dio, dalla fonte della vita e l’uomo precipita nel baratro con Adamo e tutto questo Lucifero, che era quel portatore di luce, lo fa perché invidioso. Lui non prende più la luce di Dio, e lui striscia come un serpente, vuole che anche l’uomo arrivi lì a strisciare per terra.
Ecco. Gesù, nello stare in mezzo a questi due malfattori, riesce a rovesciare la situazione. Perché? Perché lì è il mediatore, è la sua missione portata a compimento, cioè quella di riconciliare, ricondurre questa umanità figlia di Adamo con il vero Padre, che non è Adamo, ma è il Padre dei cieli.
E allora fissiamoci su tre parole di questo brano di Luca. La prima è Gesù che dice “Padre, perdono a loro perché non sanno quello che fanno”. Gesù intercede, si mette in mezzo e dice una parola a favore di questa umanità.
Ciò che fanno non diventi un ostacolo al desiderio del Padre che è fare comunione con questi che sono gli assassini del suo figlio, ma lui non ritratta il desiderio, il Padre, di fare di questi di dei figli adottivi.
E allora aspetta questa parola di perdono l’unico che la poteva pronunciare è il figlio che dice “Anche questi, che non sanno quello che fanno, diventino anche loro tuoi figli”. Quando è lì in mezzo Gesù eh cambia il criterio di giudizio di Dio, che non è quello di condannare.
E questi qui non sanno cosa fanno, beh, sappiamo che lo vogliono uccidere, ma in profondità Gesù vuol dire “Questi non capiscono che cosa sta succedendo”, cioè che mentre loro annientano il figlio di Dio fatto uomo, il Padre sta facendo un’altra cosa. Sta rivelando il suo vero volto.
Il vero volto di Dio non è uno che distrugge. Eh, Dio non sta mandando saette su questi uomini violenti eh per distruggerli, per castigarli. Allora questa è la fine di quella religione ufficiale che si basava appunto sul timore di un Dio che bisogna tenere buono perché altrimenti interviene e ti punisce, ti fa soffrire.
Gesù si trova a fare il mediatore in questo gioco tra la passività “Subisce tutto, lui è come un oggetto che portano di qua e e di là” e attività, perché in quel momento lì lui sta facendo un’altra cosa.
Il particolare di Luca è interessante. Gli spogliarono le vesti, fu spogliato, denudato, privato della sua dignità, esposto alla vergogna pubblica della nudità, espropriato anche di questo diritto più intimo a proteggersi con un vestito minimale, ma Paolo dice in Filippesi che Gesù spogliò se stesso, attivamente.
È lui che, essendo di natura divina, il figlio si è spogliato, si è svuotato per diventare un servo e lì, in mezzo ai due malfattori, compiere la sua opera che è quella di mediare, di fare da ponte perché loro possano ritornare nella casa del Padre.
Questo è un punto forte. Gesù è spogliato di tutto, ma non gli possono togliere due cose: la sua relazione indistruttibile con il Padre “Tutti mi abbandoneranno, ma io non sono solo perché il Padre è con me” e secondo la sua missione, che è quella di intercedere, cioè di dire una parola per chiedere il bene ai malfattori, per i malfattori.
Anche noi ricordiamo che quando siamo in circostanze di male, spogliati di tutto, magari anche ci sentiamo passivi, impotenti, ma abbiamo sempre la possibilità di dire una parola nel segno del bene che è più potente e può scardinare il potere del male.
Questa parola sulla croce non lascia neutrali, perché la croce è appunto la bilancia, no? È il segno di contraddizione, per qualcheduno è morte, per altri è vita.
E vediamo appunto come lì ci sono i capi, eh, i soldati, il popolo che mandano invettive contro Gesù, invettive assurde perché gli dicono “Hai salvato altri, cioè sei incapace, hai il potere di salvare, adesso salva te stesso, no?”.
Ma questa è una richiesta assurda fatta a Gesù che è il salvatore, che dovrebbe non salvare gli altri, ma salvarsi e perciò pensare a sé e perciò non riuscire a salvare l’uomo, mentre è proprio lì solidale con la sua maledizione.
Questo “Salva te stesso” è la voce tipica della tentazione, ha sempre questo indirizzo: pensa a te, cerca di risparmiare te, cerca di salvaguardare un po’ il tuo vantaggio.
Questa era la prima parola: “Padre, perdonali”. Seconda parola è detta dal ladrone buono che reagisce al compagno che invece insulta e incolpa il Cristo: “Salva te stesso e salva noi”.
Eh, se sei Dio fa qualcosa, intervieni. Dio è il grande accusato della storia: “Ma com’è che non fa niente? Assiste a tutta questa maledizione passivo”.
E allora il buon ladrone lo rimprovera, lo corregge, non gli dà lezioni, però sono lì nella stessa condizione, allora gli dice: “Ma tu non hai timore di Dio?”, che vuol dire non stai tenendo conto di Dio?
Eh, non ti rendi conto che è condannato alla nostra stessa pena, ma noi giustamente, perché riceviamo ciò che abbiamo meritato per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male.
Allora qui c’è l’altro rovesciamento eh, che avviene sulla croce, questa volta sulla croce del malfattore che prende le difese di Gesù, prende le difese di Dio.
Di chi è la colpa di questa vita maledetta, di sofferenze che ci fa gustare il contrario delle promesse di felicità e di bene? Dio non è il colpevole.
Il buon ladrone è buono perché assolve Dio, è innocente, non ha fatto nulla di male. E questa è una grande confessione di fede, diremmo antifarisaica. Dio non è quel temibile giustiziere punitivo, anzi paga le conseguenze di ciò che non ha fatto lui, perché siamo stati noi a creare questo mondo baccato del male e del dolore.
Fa la giustizia su Dio e perciò si dissocia dalle altre voci di bestemmia che eh, dicono a Gesù: “Salva te stesso”.
È molto forte questa immagine perché qui un malfattore maledetto confessa che Gesù è il benefattore e perciò benedice Dio e riconosce che in quella preghiera di Gesù “Padre perdona” c’è il massimo di Dio perché lì vediamo un Dio che arriva a benedire persino i suoi uccisori perché ricevano perdono e abbiano vita.
Questo malfattore buono è anche capace di fare la verità di sé perché dice “Noi giustamente riceviamo ciò che abbiamo meritato”.
Evagrio Pontico dice che la salvezza inizia dall’accusa di sé. Quando smettiamo quel giochetto di auto giustificarci di cercare appunto di minimizzare, di non di dare la colpa agli altri, no? Questa confessione verace, questa verità di noi è sorgente interiore di autenticità e di vera libertà.
Il buon ladrone ci ricorda che è importante arrivare alla nuda verità di noi stessi. Siamo maledetti perché siamo i malfattori, no? Siamo noi che ci siamo un po’ messi in queste condizioni e questo ci fa uscire da una complicità con il male e anche da un nascondimento, no? Ci nas condiamo a Dio ma poi ci nascondiamo soprattutto a noi stessi, alla verità di noi stessi.
Perciò questo ladrone buono contribuisce anche alla sua rinascita attraverso la verità della sua coscienza interiore che è toccata dal pentimento e arriviamo così alla terza parola dopo la prima, l’intercessione, dopo la seconda, questa confessione che difende Dio e accusa sé, c’è una parola di invocazione da parte del ladrone che diventa anche una parola di promessa da parte di Gesù.
Quest’uomo, forse Disma, come qualcheduno nella tradizione l’ha chiamato, non si rivolge a Gesù chiamandolo maestro, rabbi, Cristo, ma semplicemente Gesù, che vuol dire “quest’uomo che mi è compagno e nell’ultima ora”.
Questo fratello solidale, in cui però lui ha cominciato a intravedere qualcosa di più, un rappresentante di Dio, un inviato di Dio.
E allora, in quel momento, eh la sua diventa una invocazione “Ricordati di me nel tuo regno”.
“Ricordati” è un verbo fortissimo della Bibbia, perché significa che quelli che sono ricordati di Dio hanno esistenza eterna, perché i loro nomi sono scritti sul libro della vita. Finché Dio si ricorda di noi, dei nostri nomi e non li cancella dal libro della vita, noi abbiamo vita e vita che dura.
E “Ricordati nel tuo regno”. Eh gli sta dicendo “Ho capito che tu non sei il regno di questo mondo, che ti hanno scritto INRI, ma avevi ragione tu a dire “Il mio regno non è di questo mondo”. Ecco, io vorrei essere lì con te in questo tuo regno”.
E allora, è interessante che eh Gesù proprio a lui dà una parola non più generale di perdono, ma una parola di promessa personale: “Oggi tu con me sarai in paradiso”.
Con me è la tipica esperienza del discepolo che va dietro Gesù in tutto il cammino e il traguardo è il regno, il traguardo è la promessa della vita.
E perciò è molto bello che qui c’è l’incrocio di due desideri. Il ladrone ha avuto questo stravolgimento interno, difende Gesù, accusa se stesso, riconosce la verità di sé, può arrivare ad esprimere il desiderio più intimo del suo cuore, desiderare di essere con Dio nel regno.
E questo è il desiderio anche di Dio e di Gesù, riuscire a fare arrivare là l’uomo. Si incontrano due desideri e questo è il paradiso, questa è oggi la vita eterna, questa è sorgente di eternità e di beatitudine anche per noi ripetiamo oggi questa parola di promessa e questa invocazione di desiderio nel paradiso che è la casa dei giusti quelli che sono stati giustificati e che hanno riconosciuto e che Dio è il padre, non è il Moloch che divora i suoi figli, ma è il padre che dà il figlio per riuscire a riconquistare i figli.
Vorrei invitarvi a celebrare oggi la vostra festa dell’esaltazione della croce e delle croci, tutto il nostro patire umano che ce lo portiamo ancora dietro senza nessuna pubblicità alle sofferenze, ma capitano, diventa però un luogo trasformato, ciò che prima era soltanto perdita di vita e perciò maledizione può diventare incontro con la sorgente, proprio perché lì c’è il Signore Gesù che ci rimette in comunione con il padre.
Facciamo un po’ di tutto nella vita per respingere, per cercare di rifiutare i momenti difficili, tribolati, sofferti, fallimenti, un po’ questa cultura del morbido che ci avvolge ci toglie una grazia anche di sopportazione, una grazia di offerta.
Ormai il soffrire umano per un credente può diventare comunione con le sofferenze di Cristo per partecipare anche alla sua risurrezione. C’è un inno antico che dice o felice tomba che sei diventata sorgente di vita e di risurrezione.
Libro di preghiera
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